“Una cicatrice sul cuore”: il calcio raccontato dalla tribuna stampa

Dalla tribuna stampa si possono vedere allenatori in ogni tipo di condizione: vincenti, perdenti, in bilico. Abbiamo chiesto al radio-telecronista Lorenzo Donzelli com’è osservare e raccontare la vita del Mister da quella prospettiva.

Ci fanno emozionare, sognare, saltare sul divano. Con le loro voci, riempiono i nostri weekend o le serate infrasettimanali di Coppa, regalandoci momenti indimenticabili. Sono i cronisti sportivi, coloro che, da studio o da tribuna stampa osservano la partita per noi, ce la raccontano, la arricchiscono di dettagli e di significato.

Lorenzo Donzelli, giornalista marchigiano e grande appassionato di sport, che neanche a farlo apposta, condivide con uno dei suoi atleti preferiti, un certo Diego Armando Maradona, il giorno del compleanno, è proprio uno di loro. La sua avventura da radiocronista è iniziata nel 2006 ed ancora oggi, dalle categorie dilettantistiche alla Champions League, con sua la voce continua a raccontare storie di calcio ai tifosi della Capitale. A Lorenzo abbiamo chiesto di spiegarci i dettagli del suo lavoro e di cosa significhi raccontare le vite degli allenatori dalla prospettiva della tribuna stampa. Ecco cosa ci ha raccontato.

  1. Calciatore, giornalista e cronista radiofonico. Come sono nate queste passioni?

Parafrasando Eros Ramazzotti, potrei dirti “com’è cominciata non saprei” perché penso che sia la passione per il calcio sia quella per il giornalismo radiofonico, televisivo e in particolare per la radio-telecronaca siano innate e forse anche un po’ dovute a doti naturali. L’aneddoto è questo: quando ero piccolo facevo le mie radiocronache delle partite di subbuteo o schieravo sul tappeto di casa soldatini o cowboy indiani, che diventavano protagonisti di sfide su un campo di calcio. Anche nell’epoca dei primi videogame, quando c’erano solo effetti sonori, la mia telecronaca impreziosiva la partita o raccontava ad altri ciò che stava avvenendo. Poi nel 2006, dopo aver scritto una tesi di laurea sul linguaggio radiotelevisivo sulle radio-telecronache, sono riuscito insieme ad altri 8 ragazzi a realizzare il sogno di una web radio e lì sono riuscito a fare la prima radiocronaca. Due anni dopo, il passaggio al mondo dell’FM: per una radio locale, ho raccontato tutte le partite dalla Seconda Categoria all’Eccellenza. La prima in assoluto è stata una partita di promozione: ricordo che mi preparai tantissimo sperando di arrivare all’apice, cioè a raccontare un gol, ma terminò con uno scialbo 0-0 e poche emozioni. Nel 2012 c’è stato il passaggio alla televisione: grazie a VeraTV, ho potuto seguire l’Ancona nel campionato di Serie D sia in casa sia in trasferta. La migrazione dal racconto radiofonico a quello televisivo è avvenuto in modo piuttosto naturale, perché il ritmo è molto differente. Con la televisione, il cronista deve seguire le immagini che arrivano dalla regia, mentre con la radiocronaca chi parla è anche regista perché è lui che decide cosa vedere o cosa raccontare. Dall’altro lato della medaglia, però, c’è che se nella radiocronaca puoi permetterti di sbagliare, nella telecronaca le immagini ti giustiziano, sono loro che comandano.

  1. Qual è la difficoltà più grande che incontri nel tuo lavoro? E cos’è che invece ti appassiona?

La prima difficoltà è quella nel reperire informazioni: se da una parte è facile trovare le giuste fonti per raccontare una partita di alto livello, per quelle dei dilettanti diventa più difficile, perché non ci sono news sulle squadre, sui calciatori o curiosità e non si capisce mai come potrebbe giocare una certa formazione. Però dopo un po’, per chi segue regolarmente i campionati dilettantistici magari diventa più facile, perché con il tempo si riescono a trovare le giuste fonti, si conoscono i giocatori e le squadre e quindi magari poi c’è un contatto diretto e la notizia magari arriva direttamente dalla società. L’altra difficoltà è quella di commentare una partita seguendola su uno schermo di servizio, minuscolo. In questo caso si può perdere di vista la posizione in campo del giocatore perché si seguono le telecamere e queste possono perdersi il movimento di un giocatore. L’espediente in questo caso è quello di prendersi tempo e di cercare di capire cosa accade. Dallo stadio diventa più facile perché l’azione viene seguita attentamente e si impara a conoscere il giocatore sia dalle movenze, che dalle scarpe e da altri particolari.

Quello che, invece, mi appassiona di più è tutto ciò che riguarda questo mondo, in ogni sua fase: il prepartita, il racconto, il post partita, tutto quello che c’è dietro. E poi il calcio. Il motivo principale è questo sport: mi appassionano anche molte altre discipline, come il volley, il beach volley, il basket o il tennis, ma il calcio è lo sport che ho praticato fin da piccolo. Raccontarlo lo ritengo un privilegio: essere lì e narrare un evento che ha un vincitore e uno sconfitto… è quasi come una giostra cavalleresca. E bisogna trovare le giuste parole per raccontare questo avvenimento.

  1. Il tuo passato da calciatore ti aiuta a descrivere meglio quello che sta accadendo in campo?

Senza dubbio. Per 25 anni ho ricoperto il ruolo di portiere e stare là dietro a difendere i pali di una porta mi ha aiutato a capire i movimenti dei miei compagni e quelli dell’altra squadra. Riuscire a capire questo ti aiuta anche nel racconto: credo che sia così anche per qualsiasi altra disciplina, cioè penso che qualsiasi radiocronista che abbia praticato uno sport, come per esempio il ciclismo o il basket o il volley sia molto avvantaggiato nel suo lavoro, nel raccontare il suo sport. Aver giocato per 25 anni come portiere, poi, mi ha aiutato moltissimo perché magari là dietro, non dovendo correre per 90 minuti ma rimanendo lì fermo a guardare l’azione e a cercare di capire come si sarebbe evoluta, mi ha insegnato a rimanere concentrato per 90 minuti, perché può arrivarti anche solo un tiro alla fine e ti devi far trovare sempre pronto. Allo stesso modo, in una radio-telecronaca non puoi mai perdere la concentrazione perché altrimenti potresti fare errori. In generale, posso dire che tutta la preparazione che c’è prima è figlia di un retaggio storico, culturale e sportivo.

  1. Dalla tua prospettiva, quella della tribuna stampa, avrai visto allenatori in ogni tipo di condizione. Vincenti, perdenti, in bilico. Come ti relazioni a queste situazioni? Influenzano in qualche modo il racconto del match?

In situazioni come queste, con allenatori in bilico o giocatori in partenza, cerco di non farmi assolutamente influenzare da news o dicerie. Nel mio racconto cerco di rimanere sempre distaccato da ciò che ho saputo o percepito perché il mio ruolo è quello di cronista, devo cioè raccontare i fatti così come accadono. Lo spettatore può crearsi poi un’opinione, ma non devo essere io a esprimere un giudizio o imporre una mia opinione, perché questa potrebbe influenzare l’ascoltatore. Nelle radio romane accade spesso che lo speaker diventi cronista ed esprima un giudizio, ma questo crea un po’ di confusione. Per me, bisogna rimanere sempre distaccati. La domanda più cattiva si può fare in conferenza stampa, ma anche lì bisogna andarci piano perché l’allenatore può essere sotto stress e si rischia sempre tantissimo di beccarsi una brutta risposta. Durante la diretta, invece, il cronista deve solo guidare l’ascoltatore: il ruolo di opinionista spetta a un’altra persona, che non sia un giornalista e che magari sia una persona preparata dal punto di vista tecnico, magari un ex calciatore potrebbe fornire le opinioni, ma queste non spettano assolutamente al giornalista.

  1. Il binomio calcio-radio in Italia ha una forte tradizione. Pensi che in futuro questo rapporto possa continuare o è destinato a spegnersi?

Sì, è vero, la tradizione è forte. Quando ero piccolo, io e i miei amici giocavano nel campetto sotto casa e appoggiavamo al palo una radiolina che ci raccontava i fatti che accadevano sui campi di serie A: quella radiolina con le voci di Ameri, Ciotti e tutti i grandi che hanno fatto la storia del giornalismo italiano, della radiofonia e soprattutto di “Tutto il calcio minuto per minuto” ci tenevano compagnia. Credo che anche quei racconti mi abbiano aiutato a crescere moltissimo, così anche come le mitiche telecronache di Bruno Pizzul. La radio era principalmente compagnia, ci informava. Non credo che si arriverà mai a spegnere la radio e alla morte di “Tutto il calcio minuto per minuto”. Sarebbe grave per l’Italia, per la sua storia. Io credo che il radiocronista sia anche una sorta di buon affabulatore moderno. Grazie alle sue parole, alle sue storie, può “imbuonire” il destinatario dell’informazione. Se una volta, quando non c’era la tv, si poteva esagerare, si poteva dire anche quello che non accadeva, ora il cronista verrebbe smascherato perché chi lo ascolta può poi guardare la tv e sbugiardarlo. Inoltre, la radio ha una certa bellezza che non può essere tradita o spenta: si tratta di quella capacità di far immaginare a un ascoltatore quello che accade in un determinato momento. E’ questa la principale magia della radio. E un radiocronista, da buon affabulatore, può catturare l’attenzione dell’ascoltatore e tenerselo stretto perché grazie al ritmo narrativo, alle parole, alla fluidità di pensieri, a quello che io chiamo lo “scilinguagnolo” - ovvero non avere il frenulo sulla lingua, e quindi la capacità di unire sia il vocabolario delle parole con il ritmo - può davvero coinvolgere l’ascoltatore da un punto di vista non solo emotivo, ma quasi ultrasensoriale. Per me è difficile scegliere tra radiocronaca e telecronaca perché la seconda è più facile, non c’è la necessità di mantenere il ritmo incalzante tipico della telecronaca. Il telecronista può prenderesi qualche pausa, può respirare di più. Questo è difficile per il radiocronista. Ciotti, proprio per questo, diceva che ogni radiocronaca lascia una cicatrice sul cuore perché si fa uno sforzo notevole, perché seguire con attenzione e trasporto emotivo è una bella fatica. Posso assicurare che a fine partita hai consumato tante enegie, ti senti stanco non solo fisicamente, ma anche mentalmente.

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