L’errore come momento di crescita: come e perché insegnarlo nelle scuole calcio

Vediamo spesso bambini costretti a riproporre schemi troppo difficili per loro, e allenatori che si arrabbiano se i loro atleti non riescono ad eseguirli. Ma è davvero questo il modo migliore per favorire la crescita di un calciatore?

Molto spesso, nelle partite delle Scuole Calcio, si può notare l’attuazione di schemi di gioco impegnativi, che ricordano quelli degli adulti. Nei casi più estremi, dalla tribuna possiamo sentire anche le urla degli allenatori che rimproverano i bambini perché questi non riescono a eseguire le loro indicazioni o prendono iniziative “fuori dagli schemi” per risolvere una situazione. Ci siamo chiesti se questo tipo di atteggiamento possa essere positivo o meno per una bambino. E soprattutto, ci siamo chiesti quale sia il modo migliore per insegnare a un bambino a gestire l’errore.

Abbiamo rivolto queste nostre domande a un esperto: dottor Luciano Faccioli, Neuropsicologo dello Sviluppo e Istruttore di calcio UEFA B. Insieme alla dottoressa Corina Benini, educatrice e laureata in Scienze Motorie, Luciano Faccioli ha elaborato questo metodo di allenamento innovativo, raccogliendone i dettagli nel libro “Una nuova scuola calcio”.


1. Dottor Faccioli, in un post su Facebook, a proposito dell'imposizione di schemi ai più piccoli e dei rimproveri da parte degli allenatori quando questi schemi non sono correttamente eseguiti, lei ha scritto: “Molto francamente: pensiamo che insegnare calcio in questo modo produca grossi danni: ai bambini, ai genitori, alle società, al calcio”. Ci può illustrare questo pensiero? Perché crede che questo atteggiamento possa arrecare danni?

Per più motivi:

- L’attuazione di schemi implica la ripetizione “a memoria” di una procedura di soluzione, efficace per vincere le partite ma  non per formare giocatori di calcio (ma soprattutto persone) libere di pensare… un po’ come a scuola.

- Le urla contro gli errori di attuazione di movimenti o soluzioni pre-ordinate passa l’aberrante idea che un processo di soluzione, perché sia efficace, debba essere per forza pianificato, programmato ed eseguito, mentre in una situazione complessa come una partita di calcio (così come nella vita, tra l’altro) è difficile prevedere. Prevale, quindi, chi si adatta meglio: programmazione e pianificazione sì, ma flessibile e adattiva

- Le sgridate per le iniziative personali e creative non fanno altro che instaurare un clima emotivo negativo e di paura che andrà a condizionare, deviando o bloccando, i processi cognitivi di pensiero. In questo modo si uccide la creatività, si instaura la paura dell’errore.

Tutto questo si riversa:

- sul percorso di sviluppo e di crescita dei bambini (pensiero verticale, paura dell’errore, deresponsabilizzazione, futuro abbandono)

- sull’idea di calcio (e di vita) dei genitori; le squadre di scuola calcio che eseguono schemi prestabiliti solitamente vincono contro quelle dove i bambini sono lasciati liberi di decidere e i genitori si convincono che quello sia il modo di insegnare calcio ( vita) ai bambini… io sono convinto invece che si debba insegnare a pensare più che ad eseguire.

- Sulla società: una società fatta da persone che eseguono passivamente le consegne è piatta e destinata al declino; una società fatta di persone creative è più effervescente e feconda… sicuramente più difficile da gestire.

- Sul calcio: perché in questo modo si formano giocatori esecutori senza fantasia ma che eseguono il loro compitino senza prendersi rischi e responsabilità.

2. Come insegnare, quindi, la gestione dell’errore. O anche della tensione pre-gara?

Lasciando liberi di decidere senza punire, o rimarcare ed evidenziare l’errore; l’errore va certamente corretto, ma bisogna vivere l’errore come un momento di crescita e un’opportunità di miglioramento e non come uno stigma e una eventualità da evitare, conseguentemente la tensione pre-gara si scioglie. Se si va in campo con la consapevolezza di poter sbagliare senza la spada di damocle sulla testa si entra in campo leggeri e propensi a provare, rischiare, DIVERTIRSI… spesso ci si dimentica che si gioca (anche a calcio) per divertirsi. In questo modo l’ambiente è sereno, il clima è positivo e l’emotività positiva fa funzionare meglio anche le competenze cognitive, si ragiona meglio, si è meno tesi… e si fanno meno errori.

3. Un concetto che cercate di sottolineare spesso è l’importanza di lasciare il ragazzo libero dagli schemi. Perché?

Perché impari a trovare soluzioni e sia creativo, ma non solo. Da un punto di vista neuropsicologico l’apprendimento avviene per acquisizioni di competenze, in questo caso acquisizione di schemi di azioni motorie, tecnico-motorie, tattico-tecniche-motorie; ora, se io obbligo un bambino ad attuare uno schema di gioco lui acquisirà un numero di azioni limitate nel suo magazzino di memoria (chiamiamolo vocabolario motorio), se io lascio un bambino libero di decidere sicuramente metterà in atto molte più azioni e quindi alimenterà maggiormente la sua memoria rimpinguando parecchio il suo vocabolario motorio. Siccome il calcio è uno sport situazionale che, come abbiamo detto, si svolge in una situazione di alta complessità, sarà più pronto e reattivo chi avrà un vocabolario motorio più ampio perché la scelta della giocata sarà più fruibile e di veloce effettuazioni da parte di chi ha un vocabolario motorio più ampio.


4.Sostanzialmente vi fate promotori di un decentramento dall’allenatore al bambino. Quale riscontro avete avuto dagli allenatori?

Pochi allenatori sono pronti per un’idea di questo tipo, in molti (troppi ancora) sostengono che lasciare liberi i bambini crei caos.

Il concetto però è fare in modo che i bambini imparino naturalmente e da soli a gestirsi in campo in modo equilibrato e fluido dominando le variabili spazio-temporali da soli (ecco i giochi sosef). È un percorso più lungo, ma che porta frutti.

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