Il Calcio, un amore così grande...

"Mio padre mi portava sui campetti di calcio a battere rigori e punizioni: io cercavo sempre di perfezionare quei gesti tecnici, perché volevo sentirmi dire che ero brava".

Calcio a 5, calcio a 11, brevetto da allenatore di calcio di base, un percorso in ascesa da manager nel mondo dello sport: ecco la storia di Marianna, che al pallone ha dedicato tutta la sua vita.

In questi giorni, grazie ai Mondiali femminili, il calcio in rosa è sotto le luci della ribalta e sta raccogliendo consensi da ogni parte d’Italia: è la forza della maglia azzurra, che riesce a far stringere sotto il tricolore davvero tutti, da nord a sud. Ma è anche e soprattutto l’entusiasmo delle nostre calciatrici a contagiare gli appassionati e a vincere gli stereotipi che ancora legano la palla di cuoio al sesso maschile.

Non è, però, sempre stato così: fino a qualche anno fa il calcio femminile - sia a 5 sia a 11 - era ancora per poche persone, non attirava investimenti e sponsor e chi lo praticava non poteva pensare di vivere di questo sport. Era esclusivamente una passione immensa a motivare di quello che sarebbe diventato un fenomeno dirompente.

Marianna Rippa aveva 16 anni quando ha iniziato a calciare in una squadra: da quel giorno ha deciso. Lo sport sarebbe diventato il centro della sua vita. Oggi vogliamo raccontare la storia di questa ragazza che al calcio, all’allenamento dei bambini e poi allo sport in generale sta dedicando la sua vita e il suo percorso e professionale.


Marianna, raccontaci la tua esperienza calcistica...

Ho iniziato a giocare a calcio a 5 a 16 anni: ero nell’Under 16 con il “Forum”. Sempre con la stessa società abbiamo disputato Under 21 e Serie C. L’anno successivo abbiamo fatto una fusione societaria con la Lazio e così ho disputato parallelamente campionato di C e Under 21: con entrambe le squadre sono riuscita ad arrivare alle final four. Sono passata poi a giocare con la “Time Sport” in Serie C (che all’epoca era la massima categoria): qui sono rimasta 2 anni, al secondo dei quali abbiamo vinto il campionato e siamo salite in serie A... la prima Serie A del calcio a 5! La squadra si è poi fusa con la Roma, e così ho disputato il primo campionato di serie A con la “Roma Time Sport”. E’ stata un’esperienza bellissima, nonostante avessi giocato poco. A quel punto, ho deciso di rimettermi in discussione di nuovo in Serie C con la Fenice, una squadra neo-promossa dalla D: quell’anno abbiamo vinto conducendo una stagione clamorosa! Intanto le cose in Serie A sono cambiate, con la creazione di due categorie, la A elite e la serie A (definiamola una sorta di Serie B). Con la fenice abbiamo affrontato la serie A, riuscendo a salvarci. L’anno dopo, però, per una questione di eccessivo impegno incompatibile con lo studio, ho scelto di scendere di categoria, in serie C con il “CCCp” di Mister Silvi. Poi, dopo un infortunio, ho ripreso a giocare in serie D di calcio a 5 con il Trastevere, la super società dove gioco attulamente, che mi ha dato anche la possibilità di disputare la mia prima partita a calcio a 11.


Cosa ti ha spinto ad avvicinarti al mondo del calcio giocato? Qualche anno fa non era ancora così comune come lo è oggi...

La mia famiglia, ho una famiglia di sportivi in tutti i sensi. Ho sempre avuto questa passione per lo sport in generale e in particolare per il calcio. Ma il vero colpevole di questo amore per il pallone è stato mio padre: tutti i fine settimana mi portava sui campetti di calcio a battere rigori, punizioni… io d’altro canto cercavo sempre di perfezionare i gesti tecnici che lui mi insegnava perché volevo sentirmi dire che ero brava. E se non eravamo sul campetto, eravamo davanti alla tv a seguire la nostra squadra del cuore, la Juventus.

Quando, tra bambini, si formavano le squadre, non venivo scelta per prima perché ero femmina, ma appena vedevano che me la cavavo meglio di altri, le volte successive le cose cambiavano. Senza dubbio non era comune vista la poca visibilità delle donne calciatrici. Secondo me molto dipende anche dalle famiglie, dalle passioni che loro ci trasmettono fin da piccoli. E la mia è il Calcio.

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Parallelamente alla carriera sportiva, hai effettuato un percorso formativo, sempre nello stesso settore.

Mi sono laureata allo Iusm in Management dello Sport, ho iniziato poi il corso da Team Manager a Coverciano e, intanto, a fare stage lavorativi agli Internazionali di Tennis, nell’organizzare i centri estivi Fit e infine sono finita a Vinovo con la Juventus sempre per i centri estivi. Ho toccato con mano il mondo del calcio e del tennis e ho capito che lo sport era la mia strada. Nel corso del tempo ho capito che non potevo vivere solo di calcio a 5: come ben sapete, la carriere da atleta è breve e per questo ho frequentato un corso di specializzazione in Management olimpico al Coni e, sempre lì, ho effettuato uno stage sempre presso la Segreteria del vice presidente Alessandra Sensini.


E nel frattempo sei diventata anche allenatrice!

Sì, nel frattempo ho preso il brevetto come allenatore di calcio di base e alleno i piccoli amici. Per un anno ho allenato anche la rappresentativa dell’Università di Roma Tre, con un discreto terzo posto in campionato. Ma in realtà ho capito che preferisco allenare i bimbi.


Come sei riuscita a gestire contemporaneamente lo sport, lo studio e tutti gli altri impegni?

Con una gestione ottimale dei tempi!! Non ho mai rinunciato a nulla, amici, amore o soldi.

Forse sono sempre riuscita fare tutto perché mi divertivo, mi piaceva quello che facevo ed era stimolante per la mia crescita personale e formativa.  


Come mai preferisci allenare i bambini rispetto, per esempio, alla fascia universitaria?

Perché trovo più gratificante educare i bambini attraverso il gioco del calcio. E poi loro ti trasmettono quell’entusiasmo puro del gioco e del divertimento che crescendo un po' perdi.


Qualche anno fa, ho subito un infortunio al crociato, che però mi ha segnato in positivo perché mi ha fatto crescere di testa, oltre che di forza: è stato in quel periodo, mentre mi riprendevo, che ho riscoperto il calcio, puro quello dei bambini.

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Ci racconti meglio il tuo infortunio e come l’hai superato? In che senso ti ha rafforzato “di testa”? In cosa ti senti più forte?

L’infortunio al crociato è arrivato in un momento in cui la mia testa aveva bisogno di una lunga sosta dal calcio giocato. Non vivevo più il calcio come un gioco, era diventato quasi un dovere. Avevo perso quella spensieratezza di giocare per il puro divertimento. Ho affrontato l’infortunio nella maniera più positiva e accurata possibile. Non ho accelerato i tempi anzi, ho impiegato quasi un anno per rientrare. Avevo bisogno di ritrovare la bellezza e la spontaneità tipica dei bambini quando giocano a calcio. Per questo mi sento una giocatrice diversa, più forte mentalmente. È come se avessi un’arma in più: mi diverto!    


Dicci la verità: preferisci il calcio a 5 o quello a 11?

Sono due sport diversi. Per le mie qualità fisiche, direi che sono fatta per giocare nel campo più piccolo da calcio a 5, ma tirare la “maledetta” alla Pirlo è una figata pazzesca. Quindi ti direi che il venerdì gioco a calcio a 5 e la domenica a calcio a 11. Lanciamo una piccola frecciatina al Trastevere Calcio, la mia società: facciamo una squadra di calcio a 5 ed anche una di calcio a 11, cosicché possa giocare in entrambi i casi! 


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