Cos’è il FUNiño di Wein e cosa ne pensano gli allenatori

Rivoluzionario, innovativo, geniale. Gli aggettivi sul metodo di Horst Wein si sprecano. Eppure c’è qualche allenatore che solleva delle perplessità a riguardo. E tu come la pensi sul FUNiño?

“Un allenatore che vince tanto con i giovani non ha lavorato per il loro futuro, ma per il proprio”. Non aveva mezze misure Horst Wein, “l’allenatore degli allenatori” che ha fortemente segnato con il suo pensiero il mondo del calcio, dando vita, tra le altre imprese, allo storico Barcelona di qualche anno fa.

Wein, scomparso ne 2016, è stato docente universitario di “Metodologia e didattica dei giochi collettivi”, ma soprattutto è stato medaglia Olimpica d’argento alle Olimpiadi del 1980 come Commissario Tecnico della Nazionale Spagnola di Hockey.

Rivoluzionario, innovativo, geniale. Gli aggettivi con cui definire Wein si sprecano. E non potrebbe essere altrimenti: partendo dal concetto che “bisogna adattare il gioco al bambino e non obbligare il giovane calciatore al gioco degli adulti”, ha creato un metodo che mira ad assecondare la natura dei bambini, senza forzature, lavorando sulla loro intelligenza calcistica.


FUNiño

Partendo da questo assunto, Wein ha viaggiato tra le scuole calcio di tutto il mondo raccontando che è sbagliato dare troppa attenzione al fisico e puntare eccessivamente sulla tattica e sul risultato, che creano solo inutili tensioni. Secondo il buon Horst, è invece necessario allenare soprattutto il muscolo più importante di un calciatore, ovvero il cervello.

Per rispondere a queste esigenze, Wein ha ideato il FUNiño (nome derivante da “Fun”= divertimento, “Niño”= bambino), cioè un tipo di calcio 3 contro 3, a quattro porte, in un campo più piccolo del solito: questo tipo di allenamento, secondo il tedesco, stimola maggiormente il cervello dei calciatori in erba.

Non è un caso se la sua filosofia sia stata sposata appieno dalla Federazione Spagnola, e non è un caso se da questo tipo di calcio sia nato il ‘Tiki-Taka’ e il mito del Barcelona di Guardiola.


Ma cosa ne pensano gli allenatori?

La genialità del pensiero di Wein è universalmente riconosciuta. La gran parte degli allenatori delle giovanili lo apprezza perché questa metodologia dà la possibilità di lavorare in modo corretto sulle prerogative dei bambini da 6 ai 12 anni, senza anticipare troppo i tempi ed evitando di richiedere ai bambini attività che non sono ancora nelle loro corde.

Inoltre, il metodo di Wein è utile per l’approccio alle situazioni: elaborando il concetto del campo ridotto e a 4 porte, vi si possono organizzare moltissime esercitazioni in situazione, dal gioco libero alle zone bloccate, all'interscambio per zona, alla rotazione.

Un simile contesto favorisce la naturale realizzazione di movimenti come il taglio e la sovrapposizione, oltre che lo sviluppo dell'ampiezza di gioco.

Nella pratica, però, molti riconoscono la difficoltà di applicarlo in maniera esclusiva per almeno due motivi: il primo riguarda il rapporto mister/bambini, che quasi sempre, in una squadra è in media di 1/10, mentre il metodo Wein richiede che tale relazione sia di 1/6; il secondo è la necessità di integrarlo con una parte motoria e una parte squisitamente tecnica, elementi su cui il tedesco non si è soffermato particolarmente.

A ben guardare, però, i risultati vincenti di chi ha sposato in pieno questa filosofia parlano chiaro.

E tu come la pensi sul FUNiño?

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